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Approfondimento Chiropratica in Italia

Sinossi della normativa riguardante la professione chiropratica in Italia

 

La chiropratica in Italia è stata menzionata per la prima volta in due circolari del Ministero della Sanità: la circolare n° 79 del 21 dicembre del 1982 e la circolare n° 66 del 12 settembre 1984.

            Nella circolare n° 79 è stata riconosciuta la validità terapeutica della chiropratica con espressa illustrazione delle indicazioni e delle controindicazioni al trattamento, è stata fatta una distinzione tra la tecnica chiropratica e la manipolazione vertebrale indifferenziata[1], ed è stata riconosciuta l’opportunità di istituire uno specifico corso di studi.

Inoltre, nella stessa circolare, basandosi sul rapporto della Commissione ministeriale di studio appositamente istituita dal Ministro Aniasi, il Ministero della Sanità ha riconosciuto la chiropratica come attività professionale sanitaria e ha confermato l’opportunità di continuare ad erogare, anche in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale, alcune prestazioni chiropratiche all’interno di strutture debitamente autorizzate e convenzionate secondo la normativa nazionale.

Successivamente, il Ministero della Sanità, con la circolare n° 66 del 1984, ha stabilito i requisiti necessari per l’erogazione delle prestazioni di chiropratica, previste nel Tariffario nazionale, all’interno del Servizio Sanitario italiano nelle strutture autorizzate ed accreditate, senza nulla dire dello svolgimento della professione in forma privata.

L’art. 2 della legge 244 del 2007 ha istituito il registro dei chiropratici disponendo:” “E’ istituito presso il Ministero della Salute, senza oneri per la finanza pubblica, un registro dei dottori in chiropratica. L’iscrizione al suddetto registro è consentita a coloro che sono in possesso di diploma di laurea magistrale in chiropratica o titolo equivalente. Il laureato in chiropratica ha il titolo di dottore in chiropratica ed esercita le sue mansioni liberamente come professionista sanitario di grado primario nel campo del diritto alla salute, ai sensi della normativa vigente. Il chiropratico può essere inserito o convenzionato nelle o con le strutture del Servizio sanitario nazionale nei modi e nelle forme previsti dall’ordinamento. Il regolamento di attuazione del presente comma è emanato, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, ai sensi dell’art. 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, dal Ministro della salute”.

La mancata attuazione, ad oggi, del suddetto articolo esplica i propri effetti sulla possibilità per i chiropratici laureati all’estero di poter esercitare la professione in Italia e per i cittadini italiani di essere assistiti da professionisti adeguatamente preparati.

A livello internazionale, sin dal 2005, la chiropratica è stata oggetto di Linee Guida sulla formazione e sulle controindicazioni da parte dell’OMS, che l’ha definita così:“La chiropratica è una professione sanitaria dedita alla diagnosi, al trattamento e alla prevenzione dei disturbi del sistema neuromuscoloscheletrico e degli effetti di tali disturbi sullo stato di salute generale.

Grande importanza è attribuita alle tecniche manuali, che comprendono la correzione e/o la manipolazione articolare, con particolare attenzione alla sublussazione.”

In tale documento l’OMS ha affermato che “La chiropratica è una delle forme più conosciute e impiegate di terapia manuale. Oggi è praticata in tutto il mondo e regolamentata dalla legge in circa 40 giurisdizioni nazionali.

In qualità di servizio sanitario, la chiropratica offre un approccio conservativo alla gestione del paziente e, benché richieda professionisti preparati, spesso non necessita della presenza di personale ausiliario e produce pertanto costi aggiuntivi minimi. Così, uno dei vantaggi della chiropratica può essere il fatto che essa offre una potenziale forma di trattamento economicamente efficiente dei disturbi neuromuscoloscheletrici.”

L’OMS ha poi delineato una serie di programmi universitari che assicurano la preparazione minima di un professionista chiropratico a partire dal corso di laurea specifica di almeno cinque anni per arrivare agli studi di coloro che sono laureati in medicina e chirurgia per i quali è richiesta un’ulteriore preparazione di almeno due anni.

Inoltre, gli standards relativi alla formazione della professione chiropratica sono stabiliti a livello internazionale dai Council on Chiropractic Education, una rete di organismi privati che si occupano di accreditare le università di chiropratica nelle proprie aree di competenza in base a requisiti minimi di formazione.

In Europa vi è l’European Council on Chiropractic Education e negli Stati Uniti d’America il Council on Chiropractic Education, riconosciuto dal governo degli Stati Uniti. Esclusivamente le università da quest’ultimo accreditate possono rilasciare diplomi di laurea che permettono di accedere agli esami abilitativi di Stato.

Questa è la panoramica internazionale di una professione sanitaria di primo contatto che richiede un’approfondita preparazione universitaria di almeno cinque anni e che tramite gli organismi dei Council on Chiropractic Education assicura una preparazione uniforme laddove vi siano università con corsi in chiropratica che ne rispettino i requisiti.

In Italia la mancata emanazione del regolamento e la mancata istituzione del registro da parte del Ministero della salute, dovuta anche al fatto che il MIUR non ha emanato l’ordinamento didattico dei corsi di laurea in chiropratica nonostante fosse stato in tal senso più volte richiesto, ha i seguenti effetti:

1)                 Le prestazioni chiropratiche sono soggette ad IVA poiché secondo le circolari dell’Agenzia delle Entrate non essendo stato emanato il regolamento e non essendo stato istituito il registro sarebbe impedita in concreto la possibilità di individuare le prestazioni  di competenza del chiropratico.[2] E’ stato generato un imponente contenzioso in cui a volte le Commissioni Tributarie hanno riconosciuto l’esenzione dall’IVA delle suddette prestazioni, ma di recente la Cassazione ha confermato, al contrario, il loro assoggettamento.

2)                 Le prestazioni di manipolazione e mobilizzazione effettuate dai professionisti chiropratici non vengono rimborsate dai fondi di assistenza sanitaria quali il FASI, l’INPGI, ecc. se non sono state effettuate dietro prescrizione medica in un centro accreditato con il SSN.

3)                 I chiropratici che intendono aprire uno studio privato sono spesso oggetto di ordinanze di chiusura da parte delle ASL sull’erroneo convincimento che gli stessi non possono esercitare autonomamente.

 

Tutte queste conseguenze sono contrarie alla normativa UE sulla libera circolazione e sullo stabilimento dei professionsti europei perché creano ingiustificate discriminazioni e rendono molto difficile per i professionisti europei esercitare in Italia.

In particolare, in relazione all’IVA, le prestazioni chiropratiche essendo prestazioni sanitarie di diagnosi e terapia dovrebbero essere esenti dall’imposta sul valore aggiunto secondo i principi ormai ampiamente acquisiti della normativa e della giurisprudenza europea.

Altra conseguenza della mancata attuazione della legge 244/07 e, comunque, di una disciplina organica della chiropratica in linea con la regolamentazione internazionale è che i chiropratici laureati negli Stati Uniti d’America ed ivi abilitati ad esercitare non riescono a venire a lavorare in Italia perché gli viene negato il permesso di soggiorno dai Consolati Generali sulla base del mancato riconoscimento della professione chiropratica da parte del Ministero della Salute ed della presunta inidoneità dei i titoli rilasciati negli Stati Uniti.

Questa situazione generale priva, di fatto, i cittadini italiani di un’adeguata assistenza chiropratica esponendoli a rischi per la loro salute. Attualmente alla Commissione sanità sono stati presentati vari emendamenti al ddl Lorenzin n. 1324 tra cui alcuni sulla chiropratica.

 

[1]
                Circolare del Ministero della Sanità n° 79 del 21 dicembre 1982 “ (omissis) in quanto il trattamento chiroterapico è sempre diretto sui singoli elementi vertebrali anche se prende in considerazione la colonna intera come organo funzionale unico, impiegando tecniche differenziate che possono anche essere variate durante il ciclo di cura. La manipolazione vertebrale indifferenziata ottiene, in genere, una manipolazione vertebrale aspecifica e non giunge come può avvenire per la chiropratica a correggere l’alterazione meccanico-funzionale. Quest’ultima impiegando anche mezzi complementari (trazioni e meccanoterapia) tende a rimuovere la causa meccanica responsabile della sintomatologia e non a determinare una mobilizzazione generica di un tratto della colonna, che spesso deve accompagnarsi a trattamenti fisioterapici e farmacologici e che, in genere ottiene un risultato sintomatico transitorio.

[2]
            In assenza del regolamento di attuazione che individui il profilo professionale del dottore in chiropratica e l’ordinamento didattico per conseguire il relativo titolo di professionista sanitario di primo grado, le prestazioni fornite dai chiropratici secondo l’ordinamento italiano non possono essere comprese tra le prestazioni sanitarie e continuano pertanto a scontare l’Iva nella misura ordinaria del venti per cento. Risoluzione 197/E Ag. Entrate.

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